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Galbani vuol dire fiducia…

Una struttura sociale organizzata per sfamarci, ammalarci e curarci in nome della crescita economica, del PIL. Una struttura sociale così schiava dell’economia da relegarci al mutismo e all’omertà pur di farci guadagnare il necessario per vivere. E’ il progresso, lo sviluppo. Ha un paladino nello stivale questa deformazione dell’essere e del sentire, il suo Premier e le sue idee, l’opposizione e le sue idee, il Veltrusconismo. Il loro popolo è lo specchio di quel che dicono, di quel che sognano, di quello cui ambiscono: la CRESCITA. E Matrix non è un film di fantascienza ma è il mondo in cui viviamo perché niente è come sembra.

Il problema dov’è? Chi è? Cos’è? Sono le multinazionali? Il Bildenberg? Il colonialismo? Le banche? Il signoraggio bancario? Il petrolio? Le mafie? La co2? La P2? Il global warming? Le massonerie? Le società segrete?

Se non vi siete persi battete un colpo, qui ci sono un paio d’orecchie che hanno voglia di capire!

L’unica cosa che realizzo è che: “Bisogna diventare ignifughi alle cazzate!” perché il problema sta nella paura, nei modi di inculcarla, perpretrarla e curarla. E l’unica soluzione possibile è creare una vera rete di socialità. Ripensare l’uomo ed i problemi che le sue debolezze creano.

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Sul sito web di Repubblica, in un ottimo articolo a firma Paolo Berizzi, vengono resi noti gli sconcertanti sviluppi di un’indagine partita nel 2006 e portata avanti dalla guardia di finanza di Cremona grazie a quelle intercettazioni che giornalmente vengono messe sotto accusa quasi si trattasse del più grande problema che affligge questo disgraziato Paese.
Nonostante in Italia le frodi alimentari siano ormai all’ordine del giorno e cambiare il cartellino dei prodotti scaduti all’interno degli ipermercati stia diventando quasi una consuetudine, le dinamiche della truffa da parte che di quelli che Berizzi definisce giustamente “banditi della tavola” sono tali da riuscire a turbare profondamente non solo le persone deboli di stomaco.
L’impresa criminale che faceva capo a 4 aziende con sede a Cremona, Novara, Biella e Woringen in Germania, tutte riconducibili all’imprenditore siciliano Domenico Russo, ed era punto di riferimento per marchi come Galbani, Granarolo, Cademartori, Brescialat, Medeghini, Igor, Centrale del latte di Firenze, Frescolat, Euroformaggi, Mauri, Prealpi ed altre multinazionali europee, operava anche grazie alla connivenza delle Asl di competenza riciclando con l’ausilio di molta creatività gli scarti di formaggio avariato che avrebbero dovuto essere smaltiti.
Tali scarti, spesse volte forniti proprio dai grandi marchi di cui sopra, consistevano in formaggio avariato e putrefatto all’interno del quale si poteva trovare di tutto: vermi, escrementi di topi, pezzi di ferro, residui di plastica tritata, muffe ed inchiostro. Il materiale marcescente e maleodorante anziché venire smaltito subiva tutta una serie di lavorazioni che lo portavano a tornare sugli scaffali di discount ed ipermercati (spesso attraverso quegli stessi marchi che lo avevano venduto come rifiuto) sotto forma di sottilette, formaggio fuso, formaggio grattugiato, mozzarelle, gorgonzola ed altre specialità casearie che venivano vendute come prodotti genuini ai consumatori.
La truffa nell’ambito della quale il gruppo Lactalis Italia che controlla Galbani sembra avere pesantissime responsabilità, non ha coinvolto solo l’Italia ma si è sviluppata a livello europeo, arrivando a produrre la lavorazione di oltre 11.000 tonnellate di formaggio avariato a fronte di un business economico di enormi proporzioni. Decine risultano essere le persone indagate e denunciate per un’attività criminale che oltre a produrre profondo disgusto ha determinato pesantissimi rischi per la salute pubblica.
Come ultima nota disarmante in questa scioccante vicenda va sottolineato il fatto che gli impiegati e gli operai delle ditte incriminate hanno verbalizzato di essere a conoscenza della situazione ma si sono guardati bene dal renderla pubblica, molto probabilmente per non rischiare di mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro.
Riesce difficile chiamare “progresso” la costruzione di una società all’interno della quale si corre il rischio di mangiare inconsapevolmente poltiglia marcescente per compiacere le multinazionali e ci si trova “costretti” a diventare complici di una banda criminale che avvelena i nostri simili per “mantenere” uno stipendio che ci consenta di sopravvivere un gradino sopra la soglia di povertà. Così come riesce difficile concepire un progresso che rischia di toglierci ogni dignità, anestetizzando la nostra natura umana e trasformandoci in ingranaggi della macchina di produzione e tubi digerenti di un consumo che tende a farsi sempre più escrementizio.

Marco Cedolin

Il link dell’articolo di Paolo Berizzi:

http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/truffa-roma/truffa-formaggio/truffa-formaggio.html

 

Perché?

Obsolescenza pianificata che parolone difficile! Ma il concetto è semplice semplice, lo capisce anche un bambino, ma un imprenditore e un politico no…

Mi ha scritto un giovane, in cerca di risposte su come attuare pratiche di decrescita nella propria vita, cambiare lavoro per lavorare un po’ meno, guadagnare un po’ meno e avere più tempo per vivere. Ogni tanto vengo scambiato per un guru, per un saggio, in realtà sono solo uno che cerca…

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Ciao A.,

 soluzioni definitive non ne ho. Soluzioni definitive non ne esistono, si prova, si vede come va e si fanno le scelte. È vero che spesso per come è organizzata la società non si possono fare passi falsi perché c’è dietro qualcuno pronto a tritarti.

Sono orgoglioso che quel che scrivo e metto in pratica arrivi a qualcuno, grazie!

Di concreto non posso fare niente per te, non sono un profeta, e tanto meno un ciarlatano, sono un ragazzo come te. Ho trentatre anni, una meravigliosa compagna, un figlio splendido ed un altra Piccola/o in arrivo. Semplicemente abbiamo cominciato a farci domande, su tutto, su come funzionano in primis le persone e i loro rapporti, poi le cose, quindi l’essere e l’avere. Viviamo in un sistema che monetizza tutto, quando i soldi in realtà erano l’invenzione geniale per non portarsi appresso gigantesche quantità di merci e beni. Poi sono diventati il motore sociale che stimola le persone a produrre, soppiantando così l’amore. Quante cose “a gratis” hai fatto per tua mamma, per tua sorella, per i tuoi amici, e a volte per degli estranei. Ma è una logica talmente semplice e immediata che è stata stravolta creando bisogni, sogni, ambizioni e aspettative che concentrano il loro interesse sull’acquisto per aumentare fatturati e capitali anziché pensare davvero alle persone, alla natura delle cose e ai loro bisogni. Posso solo dirti che se queste parole ti entrano profondamente dentro non hai più bisogni ma una fervente necessità: fare quel che devi. Apri l’armadio e ti senti forte perché hai un sacco di vestiti per coprirti e non ti manca più di comprarne uno nuovo per sentirti più figo, più degno. Ciò che ti rende figo è aver voglia di imparare, di scoprire, di condividere e amare per avere più tempo per vivere, anzi per vivere proprio! Perché produrre non è vivere…

Belle parole eh!!? Più difficile è passare dalle parole alla pratica… La pratica te la inventi e la realizzi stando attento a quel che compri, domandati: “Mi serve veramente? Mi sta migliorando l’esistenza? O sto comprandomi il vuoto che ho dentro in questo momento?”

Mi trovo anche io nella tua condizione di fare un lavoro che non mi va troppo a genio ma la società è strutturata così e il cammino verso la decrescita dev’essere graduale, bisogna che la gente cominci a capirlo che si vive meglio con meno cose intorno ma con più tempo per vivere, se no se succede di botto è tristezza e impoverimento.

Cosa puoi fare? Puoi organizzare un GAS (Gruppo d’acquisto solidale) coi tuoi amici e/o vicini di casa; puoi organizzare degli incontri di autoproduzione per imparare a produrti alcuni beni che di solito compri, puoi condividere nel tuo condominio le cose che potrebbero essere di tutti cassetta degli tipo attrezzi, trapano, ferro da stiro; puoi organizzare cene nelle quali parlare di queste cose e mettere in moto tutte queste iniziative che costruiscono solidi e concreti spazi di felicità condivisa e condivisibile. Puoi essere l’esempio vivente che le tue idee messe in pratica ti fanno stare meglio, e fanno stare meglio chi ti sta intorno, solo così, apprezzando l’esempio, anche altri lo troveranno conveniente e cambieranno. Con leggerezza A. mi raccomando, quante volte mi sono scontrato perché le mie idee erano meglio… mannaggia ammé e alla mia capa troppo dura… Sono sicuro che tu saprai fare di meglio!

Mi dispiace, non ho la bacchetta magica… sono come te e come chiunque altro, uno che cerca di stare meglio, solo che la nostra società propone ed impone gare e lotte, la selezione del migliore, che però avrà assaggiato un solo gusto nella vita, io dico che se invertiamo questa logica viviamo tutti meglio e con più gusto, perché le risorse e lo spazio per stare tutti meglio cazzo se ci sono!

 

Buona fortuna!

 

GengisGas a tutta birra!

Indovinate dov’è la lista della spesa!!?

Allora lunedì prossimo si parte con gli incontri di autoproduzione?

Vi ricordo che i nostri incontri saranno parte fondante di un video-libro che ho tutta l’intenzione di scrivere insieme a voi:

“Autoproduzione - Nessuno farà per te quel che nemmeno tu vuoi fare”. Ovvero l’uso intelligente della tecnologia e dell’antico buon senso contadino: dal pesto alla genovese, alla corrente elettrica. Dalla felicità passando per internet, alla produzione domestica di birra. Dalla coltivazione di marijuana che sconfigge le mafie, alla costruzione di mobilia e suppellettili. Dal farsi un libro, al girare un film. Dall’incidere un Lp, al portare in scena uno spettacolo teatrale. Dalla coltivazione sinergica di un orto che così diventa quasi autosufficiente alla preparazione di detergenti per l’igiene intima e la casa. Ricette, consigli e motivazioni per cui cimentarsi con le proprie mani in prima persona e non rimaner solo spettatori e acquirenti. Come modificare l’economia partendo dai propri reali consumi e dalle proprie capacità. Creando una rete di scambio che faccia circolare sapere e conoscenza al posto dei soldi. E porti all’estinzione dei ricchi, categoria sociale inferiore ed inutile che non sapendo far nulla se non impartire ordini e rubar vite in cambio di qualche soldo, si auto annientò come i Dodo de “L’era glaciale”. La riscopertà della felicità insomma, se no anche quella continuerà a sembrarci un bene da comprare. Passare dal dire al fare, per costruire Piccoli spazi di Felicità condivisibile!

Promuoveremo l’Autoproduzione, far vedere, spiegare e capire come si fa, per far circolare la cultura del saper fare con le proprie mani, con la propria esperienza e con la propria fantasia. Perché quello che manca al cittadino oltre ad uno spazio vivibile e condivisibile, è proprio l’aver perso l’attitudine e l’abitudine al fare. O meglio si fa qualsiasi cosa ma per guadagnare denaro ma non per crescere come individui, persone, anime, pezzi di ossa, muscoli, liquido e aria fatti di spirito oltre che materia. Ma vi siete mai accorti che naso e orecchie continuano a crescere? Guardate la faccia di una persona anziana, sono le uniche parti della donna e dell’uomo che non smettono mai di crescere! Forse perché son curiose. Curiose di sentire e d’annusare. Allora gli adulti devono prenderle ad esempio perché studiano, fanno sport e giocano da bambini, nell’adolescenza e fino la prima giovinezza ma poi smettono, non afferrando che smettendo cessano d’imparare e diventano vecchi. E l’allungamento del naso e delle orecchie è la manifestazione fisica della primordiale gioia di scoprire, curiosare, sentire, annusare. Non si smette mai di crescere, ricordatevelo! Io adesso me lo segno sul taccuino, così me lo ricordo anche domani!

 

La storia delle cose

Obsolescenza pianificata

 

Disintossicarsi dal consumismo, anche l’arte è figlia della decrescita!

Intervista con Maurizio Pallante di Davide Pelanda
Tratta da Megachip

«Siamo tossicodipendenti della crescita e del consumo, siamo stati colonizzati nel nostro immaginario, abbiamo subito l’economicizzazione del nostro spirito: e i nuovi profeti ci colpevolizzano se non siamo sufficientemente calcolatori. Ma i drogati, si sa, sono vittime con la tendenza a continuare ad assumere la droga e non a curarsi. Sono le multinazionali come la Nestlé o la Total che finanziano i modi per impedire che noi, drogati del consumo, possiamo curarci». E’ l’“eretico”, il francese Serge Latouche, padre della decrescita che parla. E c’è chi condivide anche in Italia.

«Penso che Latouche abbia completamente ragione, dice Maurizio Pallante, presidente del Movimento per la Decrescita Felice in Italia (www.decrescitafelice.it) e che attualmente svolge un’attività di ricerca e divulgazione scientifica sui rapporti tra ecologia, tecnologia e economia. Anzi molte delle cose che lui ha detto sono di una importanza fondamentale. In particolare l’esigenza di porre la decrescita a fine dell’attività economica e produttiva è un concetto che rompe con uno dei fondamenti delle società industriali avanzate. E’ un concetto che non viene accettato perchè non viene fondamentalmente compreso.

Ho letto una critica che fa Piero Bianucci all’ultimo libro di Latouche in cui dice, in un esempio iniziale, che i bambini crescono e gli alberi crescono. Però non ha l’onestà intellettuale di dire che gli adulti non crescono più e che gli alberi, da un certo punto in avanti, non crescono più. Non è che la crescita è un fattore di qualità, lo può essere in certe condizioni. Mentre invece l’unica crescita che prosegue senza limitazioni è quella tumorale».

Ma che senso ha allora parlare di descrescita? E’ utopia? Va contro il Progresso?
«Bisogna saper distinguere che cosa significa realmente progresso e che cosa ci hanno fatto credere che esso significhi. Se come progresso si intende la capacità di accrescere in continuazione la quantità di oggetti materiali e di merci che consumiamo, allora questo è un falso progresso, come diceva già Pasolini. Se invece per progresso si intende un miglioramento delle condizioni di vita generalizzato e tendente ad allargarsi per tutta l’umanità non è possibile proseguire con questo modello: occorre saper distinguere tra i beni (cioè degli oggetti) ed i servizi che rispondono alle esigenze reali degli esseri umani e le merci che invece rispondono all’esigenza del Prodotto Interno Lordo ed all’esigenza di farlo crescere sempre più. I due valori non omogenei. Si può avere un aumento della produzione di merci e una riduzione della qualità della vita».

Ovunque sentiamo parlare di Pil, Prodotto Interno Lordo che dobbiamo far crescere per migliorare la nostra qualità di vita. E’ vera allora l’equazione più soldi=più ricchezza= più benessere?
«No, non mi risulta. Assolutamente. Perchè questo concetto non distingue tra l’idea di bene e l’idea di merce. I beni sono degli oggetti, dei servizi, che migliorano le condizioni di vita degli esseri umani, le merci sono degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro. Il Prodotto interno lordo misura la quantità delle merci ma non verifica se le merci sono dei beni o meno. La capacità di distinguere tra i beni e le merci è fondamentale. Esistono delle merci che non sono beni ed esistono dei beni che non sono merci.

Due esempi: una casa malcostruita per essere riscaldata ha bisogno di 20 litri di gasolio al metro quadrato all’anno. Essa fa crescere il Pil più di una casa ben costruita che ne ha bisogno solo di 7 litri o addirittura meno. Tutta l’energia in più, che nel caso nel rapporto tra una casa da 20 e una casa da 7 litri è di due terzi, è una merce che fa crescere il Pil ma non è un bene perchè si disperde a causa della cattiva coibentazione dell’edificio. Abbiamo quindi una crescita del Prodotto Interno Lordo ma un peggioramento delle condizioni di vita: una casa che consuma 20 litri manda in atmosfera i due terzi di CO2 in più rispetto allo stesso edificio ben costruito.

Esistono anche beni che non sono merci e che non fanno crescere il Pil. Pensiamo ai beni, oggetti e servizi autoprodotti donati per amore: non vengono scambiati per denaro, non fanno crescere il Pil ma soddisfano delle esigenze umane in maniera molto migliore rispetto alle merci equivalenti».

Noi, consumatori grassi e tristi che sperperiamo ovunque; voi fedeli alla Decrescita ed al ritorno alle antiche abitudini contadine di un tempo, forse bucolica, felici e contenti. E’ così? Come si può fare affinchè anche i ricchi e sfrenati consumisti siano felici e non tristi?
«Questa cosa non è affatto bucolica, a parte che non c’è niente di negativo vivere in un ambiente sano, naturale. Ma se in questa maniera si pensa di ridicolizzare una aspirazione di un ritorno ad un passato mitico, siamo veramente fuori strada. La decrescita è felice perchè la riduzione della produzione del consumo di merci che non sono beni è un fattore che porta felicità. Essa richiede però più tecnologie rispetto ad una società basata sullo spreco delle risorse. In una casa che consuma 7 litri di gasolio per metro quadro, come dicevo in precedenza, si sta meglio fisicamente in quanto, non disperdendo il calore, le pareti sono calde e il nostro corpo è molto sensibile a quel calore più ancora di quanto non sia sensibile al calore dell’aria della stanza. Ci vogliono dunque tecnologie più avanzate che ci consentano di costruire case che consumano di meno, che ci facciano stare meglio, ci facciano essere più felici e contribuiscano a ridurre l’effetto serra. Esse quindi diventano un fattore, per quanto piccolo che sia, di miglioramento del benessere collettivo».

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Sarebbe interessante approfondire perché il “popolo” non capisce la Decrescita. Che poi non la capisce solo perché ha davanti agli occhi il sogno di diventare ricco, perché il mondo è una grande terra di conquista e non un regalo da rispettare. Un giorno approfondiamo, e comunque di certo essere poveri è sconveniente, il ricco può scegliere, il povero obbedisce.

Intanto permettimi di dirti che “l’arte” è frutto della decrescita. E già che ci sono ti regalo anche una poesia, figlia dell’arte, spero, frutto della decrescita, appunto!

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Parte con un raccontino strampalato:

…per la terza volta confermovi ed ho una serie infinita di testimoni ed un vissuto alle spalle che parla per me, dicente a voce chiara, forte e ben distinta che “sì, son proprio tutto scemo!” L’approcio al teatro e alla scrittura son solo una veicolazione dell’immenso patrimonio di deficienza sviluppato dalle sinapsi encefaliche datemi in permuta. Tento di veicolare perché qua nel mondo di fuori, di quelli che fanno affari, studiano, verticalizzano e massimizzano i profitti, dicono che i talenti vanno fatti fruttare. Ma io in cuor mio e colle punte delle dite battenti su questi cubettini intrisi di corrente vi dico che vedo fruttare solo merda. Forzature. Mica arte! E messo a verticalizzare faccio una cazzo di fatica… “Contestualizza stronzo!” Così mi dico, ma ammé mica mi piace far tutta sta cazzo di fatica! Alla democrazia preferisco una dittatura che mi lasci libero di fare quel cazzo che voglio quando minchia ne ho bisogno, ma forse sarebbe stucchevole. Nel mentre scorreggio, spernacchio e sputo. Mi gratto il culo quando serve e se mi fate girare le minchie vi mando pure affanculo! L’arte sta nell’estemporaneità della scorreggia. L’arte sta nel verso inconsueto e incomprensibile per chi va solo dritto. Il resto son cataloghi da sfogliare per scegliere come comporre il pezzo. Che cazzo vengo a fare a teatro? È più divertente vivere!

Scusate lettori telematici, non c’è contesto, e senza contesto non si capisce una mazza… ve lo spiego brevemente. Quel che avete letto poc’anzi, era una risposta ai miei compagni del teatro. Era un tentativo di uscire dal terreno protetto della finzione, teatro, dove si può dire qualsiasi cosa passi per la testa, copione. Il tentativo di portare lo spazio protetto del teatro nella vita. La semplice rivendicazione dell’arte. Quello che faccio tutti i giorni su questo spazio fatto di micro cip e fibre. Che per alcuni non è arte solo perché non remunerata, per il mio concetto e la mia ricerca di arte invece è proprio Arte perché NON remunerata! Perché libera di dire quello che vuole, quello che deve. Comunque non turbatevi, ancora poco e potrete pagarmi!

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L’Arte

 

L’arte sta nel piacere della cazzata.

Nell’abbandono del cervello razionale all’istinto.

E se ci metti cervello e studi,

poi devi tagliare e tagliare,

togliere e denudarti di tutto il nozionismo inutile

per tornare all’istinto, al primordio,

allo stupefacente, allo spontaneo,

al semplice ed immediato.

L’arte non va capita.

L’arte va lasciata andare.

L’arte va lasciata stare.

L’arte non va imparata e nemmeno incanalata,

quella è merce, l’arte si perde.

L’arte, l’arte…

è un percorso per conoscersi o per perdersi

ed io, me la sono giocata a carte.

 

Arcano Pennazzi – L’Arte – Editrice “non c’è ancora”… tra poco c’è!

 

Decrescita o impoverimento?

di Marco Cedolin

La stima dell’indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) resa nota oggi mette in evidenza un calo dei consumi dello 0,7% nel primo trimestre del 2008, mentre lo scorso mese di marzo registra un -1,7% rispetto al marzo 2007. I risultati di un’indagine condotta dal Dipartimento di sociologia economica dell’Università di Messina, pubblicati su Repubblica, raccontano di “un’inflazione reale” più che raddoppiata nel corso degli ultimi 4 anni.

Come conseguenza di una situazione sempre più drammatica, in questa Italia che anziché rialzarsi, secondo i dettami degli spot elettorali, sta affossandosi sempre più sulle ginocchia, le famiglie italiane in crescente difficoltà stanno cambiando le proprie abitudini. Ripiegano per i propri acquisti sui negozi cinesi (soprattutto per quanto concerne l’abbigliamento) e scelgono prodotti di scarsa qualità, fanno scorte alimentari seguendo le offerte promozionali dei discount e coltivano il pezzo di terreno ricevuto in eredità dal nonno per avere frutta e verdura di buona qualità a basso costo.

Molte volte quando scrivo o parlo di decrescita, qualcuno di fronte al progressivo impoverimento delle famiglie italiane sottolinea che la decrescita è già in atto e non si tratta in fondo di una gran bella cosa. Confondere l’impoverimento con la decrescita è un atteggiamento abbastanza comune e tutto sommato comprensibile per chi non abbia approfondito l’argomento ma rischia di creare una confusione di fondo in grado di far perdere ogni coordinata.

L’impoverimento e la decrescita non hanno nulla in comune, anche se una delle tante risultanti di entrambe le situazioni può essere costituita dal ritornare a coltivare l’orticello ereditato dal nonno, pratica comunque virtuosa in sé a prescindere dalle motivazioni che hanno indotto la scelta.

L’impoverimento è una situazione imposta dalla congiuntura economica che determina un decadimento del benessere individuale. L’impoverito è costretto ad acquistare merci a basso costo di qualità scadente, importate da paesi a migliaia di km di distanza. L’impoverito deve basare la propria alimentazione sulle offerte promozionali dei discount, a fronte di viaggi in auto alla ricerca della promozione più alettante e di prodotti che spesso arrivano da molto lontano, dalle dubbie qualità sia sotto l’aspetto organolettico sia dal punto di vista nutrizionale. L’impoverito è costretto ad operare delle rinunce che mettono a repentaglio il suo benessere e la qualità della sua vita, solamente al fine di ottenere un risparmio monetario che possa permettergli di sopravvivere.

La decrescita (a prescindere dal fatto che si tratti di quella teorizzata da Serge Latouche o di quella “felice” praticata da Maurizio Pallante) non mira a diminuire il benessere delle persone, ma al contrario si propone di migliorarlo ed accrescere la qualità di vita dell’individuo.

La decrescita non passa attraverso l’impoverimento, tenta semplicemente di ridurre la dipendenza delle persone dall’economia rendendole più libere ed autosufficienti senza deprivarle assolutamente del loro benessere.

La decrescita pretende la ristrutturazione degli edifici in funzione del loro rendimento energetico, creando in questo modo posti di lavoro e risparmi dei consumi. La decrescita persegue il miglioramento della rete di distribuzione dell’energia, un miglioramento in grado di creare occupazione e taglio degli sprechi energetici. La decrescita privilegia la filiera corta ed i prodotti locali in un’ottica di ridotta movimentazione delle merci, risparmio economico e miglioramento della qualità degli stessi. La decrescita non mira a ridurre il potere di acquisto dei salari ma al contrario intende integrarlo attraverso l’autoproduzione, lo scambio ed il dono che permettono di ridurre il numero di beni dei quali è necessario l’acquisto sotto forma di merci. La decrescita si oppone alla società globalizzata dove persone sempre più povere sono costrette ad acquistare merci sempre più povere (il cui costo è determinato in larga parte dal loro trasporto inquinante per migliaia di km) e propone una società a misura d’uomo dove sia possibile riscoprire il senso della comunità, ricostruire rapporti conviviali, privilegiare la qualità alla quantità ed al gigantismo. La decrescita vuole ridare un senso al lavoro interpretandolo come valorizzazione delle qualità dell’individuo, del suo estro e della sua creatività finalizzato a “creare” qualcosa di utile, in netta contrapposizione con lo svilimento attuale del mondo del lavoro, costituito in larga parte da pratiche ripetitive e meccaniche di scarsa utilità (i call center rappresentano un esempio su tutti) in grado di produrre solo alienazione e salari insufficienti a garantire una sopravvivenza dignitosa.

L’impoverimento rappresenta semplicemente il futuro di un modello di sviluppo basato sulla crescita infinita dei consumi che nel momento in cui i consumi cessano di crescere inizia a creare esclusione sociale e precarietà, esattamente il contrario della decrescita che si muove per evitare che tutto ciò accada.

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Regali ai bimbi e auguri sconnessi…

maggio 20th, 2008 — Arcano Pennazzi

 

Giornata di regali l’odierna, da apprendista papà provetto mi regalo tre preziosi concetti estrapolati qua e là dal quotidiano:

 

1° Riempire i bambini di regali è diseducativo perchè li induce a chiedere sempre di più e a valutare l’affetto dei genitori in base alla quantificazione materiale dei beni ricevuti, i regali superflui inducono nei piccoli sempre nuovi bisogni falsati ed avulsi dalla realtà.

Allora per i compleanni e i natali abbiamo pensato al gioco di impacchettare a Papo dei giochini che ha già. E vediamo che faccia fa? Comincia proprio adesso, a due anni, a capire cosa sono giochi e regali. Non gli interessa il valore, ciò che interessa gli adulti, lo colpisce la sorpresa, la novità, ciò che lo spiazza. Per lui è gioco un cucchiaio che diventa microfono, e canta in playback “Oh, Diana” di Celentano, sono gioco le sue gambette flessibili come molle, la sua voce che scopre parole e parolacce, la vita è un gioco ed un bimbo è un’incredibile artista! Recita, canta, suona, balla, dipinge, vive nel meraviglioso mondo della FANTASIA!

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2° Siamo scimmie Anna… guarda Tommy e Papo crescono imitando quello che vedono. E’ per questo che devono avere dei buoni modelli. Da buona scimmia quale sono ho scritto esattamente come ho pensato avrebbe fatto Morbidezze. E’ anche un esercizio di scrittura: scrivere un pezzo di un libro che piace e poi andare avanti inventando. Andando avanti si crea un proprio stile. E se c’è, vien fuori il talento. Nella vita facciamo più o meno la stessa cosa: osservando prima i nostri genitori, poi gli amici, il cinema, la tv e quel che leggiamo, creiamo, più o meno consapevolmente, la nostra personalità. Rimangono le contaminazioni ed è interessante considerare quanto c’è in noi di noi stessi, quanto abbiamo approfondito e quanto siamo cresciuti, e quanto invece c’è dell’educazione e degli esempi che a 20, 30, 50, 80 anni non abbiamo ancora metabolizzato e continuiamo a fare proprio così come ci son caduti dentro o come ci hanno “inculcato”. E il talento? Se nessuno te ne parlerà mai resterà per sempre quella meravigliosa intuizione che sprizza tra la testa ed il cuore quando avrai da risolvere faccende che testa e cuore da sole non riescono a risolvere. Educare alla libertà, fornire i mezzi per crescere e non solo per ubbidire, questo è un bell’impegno per noi giovani genitori! Sulla forma del naso, le dimensioni del pisello, ed il colore dei capelli ha già compiuto il suo miracolo la natura levandoci dall’impaccio di scegliere se s’abbinasse meglio il verde col rosa o il blu col marrone. Metti che non sceglievamo colori abbastanza trendy!!? Su quello che sarà il nostro futuro possiamo metterci un po’ del nostro tatto. Come al mio solito son ricascato nel baratro di spiegarvi le barzellette, scusate! Come son noioso…

Grandi leccate a tutte!!

Arcacchio

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3° chiudo con una poesia di K. Gibran (Grazie a Massi che me l’ha fatta conoscere):

“I vostri figli non sono vostri.

Sono i figli e le figlie della fame

che la vita ha di sé stessa.

Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,

e non vi appartengono, benché viviate insieme.

Potete amarli,

ma non potete costringerli a pensare come voi,

poiché essi hanno i loro pensieri.

Potete custodire i loro corpi,

ma non le loro anime,

poiché abitano in dimore future

che neppure in sogno voi potete visitare.

Proverete a imitarli,

ma non cercate di renderli simili a voi.

Voi siete gli archi da cui i figli,

le vostre frecce vivono,

vengono scoccate lontano.

In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere.”

Il Profeta

 

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Lo zio Silvio cresce all’infinito ma c’è chi gli ricorda che non è possibile e siamo già al collasso

maggio 15th, 2008 — Arcano Pennazzi

COMUNICATO STAMPA DEL MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE

Berlusconi sbaglia. Non c’è più spazio per crescere.

Apprendiamo dai mezzi d’informazione che “crescita” è la parola chiave del discorso con il quale Silvio Berlusconi ha chiesto alla Camera la fiducia al suo quarto governo.

Al Presidente del Consiglio vogliamo ricordare che sono già cresciuti a dismisura gli indicatori ambientali e sociali che suggeriscono, invece, un deciso cambio di rotta nella direzione di una riduzione drastica dei consumi.
Sono cresciuti i rifiuti urbani del 12% negli ultimi 5 anni fino a raggiungere i 32 milioni di tonnellate/anno nel 2006.
È cresciuta la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera fino alle 390 parti per milione - negli ultimi 650.000 anni non aveva mai superato le 300 parti per milione.
Allo stesso tempo crescono le temperature medie del pianeta e i fenomeni climatici estremi crescono in numero e intensità.
È cresciuto il livello di inquinamento delle nostre città e il numero di persone, soprattutto bambini, che si ammalano a causa della cattiva qualità dell’aria.
È cresciuta la percentuale di terreni agricoli desertificati a causa dell’agricoltura chimica e intensiva, fino al 27%, un terzo del totale.
È cresciuta l’impronta ecologica degli italiani: oggi consumiamo 2 volte e mezza le risorse naturali che un territorio grande quanto l’Italia sarebbe capace di produrre.
È cresciuto il prezzo del petrolio, fino a superare i 120 dollari al barile.
È cresciuta la disoccupazione e la precarietà del lavoro contemporaneamente alla crescita della globalizzazione dei mercati e dell’economia.
È cresciuta la disoccupazione anche in seguito all’introduzione di impianti altamente automatizzati come gli inceneritori di rifiuti - l’inceneritore di Brescia occupa una decina di persone a fronte di un investimento di 350 milioni di euro, il centro di riciclo di Vedelago (TV), ne occupa 64!

E’ impossibile crescere ancora senza compromettere definitivamente la qualità della nostra vita: non c’è più lo spazio fisico per proporre, come si fa da decenni, una crescita infinita e senza limiti.
C’è, invece, lo spazio per migliorare il nostro benessere attraverso una drastica riduzione dei nostri consumi, che in gran parte sono sprechi.
Per produrre e consumare energia elettrica, sprechiamo la metà dei combustibili fossili che importiamo. Il 40% dei nostri rifiuti sono imballaggi che sprecano plastica, vetro, carta, metalli. Le nostre case sprecano oltre il 70% dell’energia usata per il riscaldamento.
Crescere ancora significherebbe soprattutto far crescere ancora questi ed altri sprechi.
Ridurre i consumi significherebbe, invece, creare nuove occasioni di lavoro nell’industria della riduzione dei rifiuti, del riciclaggio, dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili di energia, ma significherebbe anche migliorare la qualità dell’aria, dell’acqua, del territorio e, in definitiva, della vita.

La qualità della nostra vita non dipende da quante merci riusciamo a consumare. Al contrario, ridurre l’invadenza delle merci e dei consumi nella nostra vita è l’unico modo per migliorarne la qualità: siamo giunti a un tale livello di spreco che qualsiasi attività umana può essere fatta con minore impiego di risorse naturali, minori scarti e minore inquinamento.
Si tratta di una riflessione che il proponiamo all’intera classe politica italiana per sollecitare un cambiamento
epocale di cultura e mentalità oggi più che mai necessario.

Il Movimento per la Decrescita Felice

Carlo Franceschelli
Segreteria organizzativa
Associazione Movimento per la Decrescita Felice
Via Fantinoli 50
00047 Marino (Rm)
Orario segreteria lun-ven 9-12
Tel. 0693896741/Fax 04220247164/Cell. 3408325385
Email segreteria@decrescitafelice.it
Sito web http://www.decrescitafelice.it
indirizzo skype: SegreteriaMDF

 

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Un voto in più…

aprile 13th, 2008 — Arcano Pennazzi

http://www.youtube.com/watch?v=s6o86AnvE4w

 

Devo però tristemente ammettere che questa è la canzone che sbaraglia tutta la concorrenza in questa campagna elettorale. Complimenti Claudio!

Domenica, oggi, il giorno del giudizio. Non si scherza più, oggi l’idea prende peso, semplicemente con una “X” messa nel punto giusto. Voto, non voto, l’unico voto utile è il non voto? Se annulli, annula bene, accertati che non vada a far peso per la maggioranza. Ma qualcuno vince uguale, e poi governa. Allora meglio votare il meno peggio? Ma il meno peggio è comunque scegliere peggio. Qualcosa che mi pare abbia proprio le fattezze del meglio, l’ho visto e l’ho sentito, il solito Prof. Montanari. In quanti lo voteremo? In un paio di migliaia se siamo tanti? Che faccio?

Cazzo che ansia! Cambierà davvero qualcosa la mia crocetta? Sono contro TAV, contro privatizzazione dell’acqua, contro inceneritori, contro le grandi opere, sono contro sto cazzo di mondo che va al contrario! Contro Veltrusconi, e in parte contro La sinistra e pure contro L’arcobaleno. 

Vado al seggio e lo dico con la mia “X”! Davvero? Non ci credo troppo… credo sempre di più e sempre più fermamente che solo costruendo, anzi spesso decostruendo, davvero faccio quel che devo.

Centro, Destra e Sinistra, purtroppo ci si capisce solo chiamandoli ancora così, sono comunque tutti per la crescita economica, fondano le loro basi sul PIL, sull’economia alla Bubka che ha portato il pianeta al collasso e noi uomini a non aver più un’ anima. Ci stiamo accartocciando su noi stessi come un contorsionista sadico che s’infila la sua testa su per il suo culo. “Ma quanto ci piace!” No, sto diventando triste, palloso, ma anche ieri sera a fa la cosa giusta tutti interessati a vendere e comprare se no non si sta in piedi, non si fa impresa, non si cresce, non ci s’evolve, non si mangia… “Siamo figli di questo tempo, mica vorrai tornare all’epoca della pietra?” Ci ricompriamo a rate l’anima, quella del commercio, la pubblicità, è quella la realizzazione che si vende alla tv, sul giornale, su… per il culo. E’ ora di tapparlo il buco, passare ad un economia che si fondi sull’utilità e la sostenibilità, non sullo spreco e sulla quantità di merci inutili. Come si fa? Legiferando sulla stronzaggine umana? Ponendo limiti e veti perché da soli non si riesce a capire che è meglio consumare quello che è locale senza imballi e km di viaggio. Ehi, amici pavoni non è ora di riscoprire la muscolatura profonda? Muovere un puo’ il muscolo pubo cocigeo e non farci operare tutti di prostata intorno alla sessantina? Ehi, pavoni non è ora di tornare a fare un po’ di moto? Siamo tutti così grassi perché ci siamo evoluti muovendoci, non stando seduti alla scrivania. Ehi, pavoni non è ora che mangiamo un po’ di zucchero in meno e riscopriamo il sapore del cibo? Finché la nostra unica risorsa è il market… 

Cazzo è domenica e c’è il sole, la smetto di martoriarmi gli zebedei!!? E’ solo costruendo piccoli spazi di felicità che posso dialogare, essere ascoltato se ho qualcosa di interessante da dire, e trovare riscontro. Solo così le parole non restano vane.

Allora Vaffanculo, esco e mi godo il sole al parco con Morbidezze e il Piccolo Papo, poi finisco il pezzo che martedì porto al cabaret, preparo il pane che è lievitato, mi riempio le bricche dell’acqua dal lavandino, mi preparo un’ ottima bio pappa e invito a pranzo i miei. Bacio, carezzo, faccio nanna, magari anche l’amore, lento, piano, mi riempio di vita e di piacere e come l’albero facendo la fotosintesi lo scorreggio fuori tutto e creo spazi d’aria respirabile.

Ah, poi andrò anche al seggio…

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P.S. Per il seggio: 

Campagne comiche: andiamo a votare con una molletta sul naso!
Roberto Boi, presidente del Comitato “La molletta”, ha lanciato una bizzarra campagna di protesta: ispirandosi a Indro Montanelli, il quale disse che per contenere l’avanzata del PCI era necessario votare DC, magari turandosi il naso, ha proposto di andare tutti a votare con una molletta sul naso (o attaccata al bavero della giacca).
“Una semplice molletta quale simbolo di esasperazione, di consapevolezza, di schiaffo morale. Una molletta quale composta, muta ma esplicita richiesta di tornare a un minimo di decenza, in ogni senso”.
Facciamolo!!!

 

In questo articolo, pigia qui, c’è una proposta divertente: Fatti una foto con la molletta sul naso e pubblicala su http://www.flickr.com/ è un sito che ospita foto, registrarsi è molto facile. Ti verrà chiesto di inserire una tag (cioè un titolo della foto) scrivi: elezioni 2008 molletta al naso. In questo modo basterà cercare “elezioni 2008 molletta al naso” perché vengano fuori tutte le foto di noi con le mollette al naso.

 

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