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Va dove ti porta il Caos…

Buongiorno a chiunque mi legge, buongiorno al Caos. Buongiorno anche domani che è un altro giorno, perché quello che scrivo è il mio messaggio senza giorno, o per qualsiasi giorno. Un conto senza storno che oggi ho bisogno di pagarmi prima di suicidarmi e mettermi a tacere. Perché okay che il caos comanda ma prima o poi una scelta dovrò farla e una parte di me dovrò zittirla, in qualcosa dovrò pur trasformarmi, ecco suicidarmi in questo senso, non bramo zampilli arteriosi. Sono vegetariano con tendenze vegane, il sangue mi fa un po’ effetto.

E’ tempo di fermarsi un momento e riflettere. Ho 32 anni, 33 tra due mesi. Non sono ancora morto. Questa è una gran cosa! Sono papà da ventuno mesi. Quest’altra è ancora meglio! Vivo con la mia dolce metà con cui non sono sposato, perché non mi piace suggellar patti, da sei anni e un pezzo. Siamo intimi amici, altri direbbero fidanzati o robe simili da nove anni e un bel pezzo. Giusto qualche numero perché questa società basa tutto sui numeri, la statistica, la graduatoria. Come son messo? Sono avanti o indietro? Io non ci vado forte coi numeri, mi basta far girare quelli che mi servono per fare i conti della serva e tirare fino alla fine del mese. Giusto per dire che la felicità va vissuta. Giusto per dire che la felicità è condivisione. Piove, governo ladro!

Ho cominciato da settembre questa blog avventura con molto entusiasmo e molto impegno. Ma sono già stanco. Io sono un genio, come chiunque di voi, solo che c’è un esercito armato fino ai denti che si adopera notte tempo a dissuarderci dallo scoprirlo per venderci l’ultima cura, l’ultimo modello, l’ultimo ritrovato tecnologico. Che poi non va scoperto d’esser geni, è come siamo, come nasciamo, come restiamo fino al “Mio!” ed ai continui “No!”. E sono già stanco. Il genio si stanca, il genio ha bisogno di aria e spazio. Il genio non te lo dice nessuno ma te lo vendono tutti. Il talento te lo rubano per farci merce.

Per guadagnare il necessario per vivere devo lavorare cinque giorni su sette 8 ore al giorno. Niente di che, roba normale. Condizione geniale della nostra società evoluta! Per capire il necessario di quello che voglio scrivere dedico tutti i giorni 3 o 4 ore. La mia giornata è sveglia alle 6, subito al pc fino alle 8, di corsa a lavoro in bici. 8.30 sono a lavoro, per la verità arrivo sempre in ritardo, tiro dritto fino alle 12.30, pausa, schiscetta davanti al pc, e un ora e mezza a scrivere, leggere e studiare. Alle 14.00 da capo lavoro, fino alle 18.00 che non arrivano mai. Bici, casa, finalmente casa. Finalmente la mia Piccola famigliola, finalmente.

Finalmente un cazzo! Sono indietro, la mia avventura è partita perché volevo trovarmi un modo etico di pubblicare quello che scrivo, le mie poesie, farle diventare canzoni, pubblicarmi i miei libri in cantiere, sono un formidabile scrittore in erba cipollina. Avventura cominciata per sottrarmi all’omologazione ed ai sistemi schiaccia personalità dell’industria. Ma caspita se è dura. Ho corso tre Maratone io, ho passato tre anni della mia vita a correre 6 giorni su 7. Ho tritato qualche paio di scarpe e corso circa 9.000 km. Io la fatica la conosco. Una disciplina quotidiana ferrea e piacevole, dettata dalla voglia di migliorarmi, di diventare più veloce, più permeabile alla fatica e al dolore, più resistente. Uno yoga in movimento che mi ha portato a conoscermi, ad entrarmi dentro e a farmi misurare coi miei limiti. A crescere, a perdere otto kilogrammi e a diventare la macchina sempre più precisa che dovevo diventare per coprire la distanza tra Sparta e Atene. Ho corso Milano, Helsinki e New York. Ho conquistato tre città io. Come un legionario mandato in battaglia. Per armi solo polmoni, gambe e testa, tanta testa se no quando sei al trentacinquesimo ed hai corso al limite della tua velocità ti fermi. E’ il limite fisico del glucosio nel sangue, e mancano ancora sette kilometri e centonovantacinque metri.

Io la fatica la conosco, per cinque anni tre volte alla settimana ho fatto l’apprendista Samurai e mi hanno dato la cintura nera. Io non la volevo perché non mi ci sentivo cintura nera. Bruce Lee è cintura nera. Io solo una scimmia. Ho reso il mio corpo duro e flessibile come bamboo. La mia mente vuota, i riflessi agili. Ditemi cosa devo fare e io lo faccio. Divento tutto quel che volete io diventi. Datemi un lavoro, datemi un sogno. Datemi uno stipendio e faccio tutto quel che mi dite. Io la fatica la conosco. Sono cinque anni che mi alzo alle sei del mattino tutti i santi giorni ed invece di sputarmi in faccia non mi guardo nemmeno allo specchio e leggo, scrivo, modello il mio pensiero ed il mio modo di esprimerlo per rendermi comprensibile, piacevole, leggibile, interessante. Ho parlato varie volte col Dottor Fromm, col Dottor Freud, con padre De Mello, con Seneca, con Epicuro, con Yamamoto Tsunetomo, con Osho, con Krishnamurti, con Herman Hesse, con Antoine de Saint-Exupéry, con Silvano Agosti, con Stefano Benni, con Gianni Rodari, con Paulo Coelho, con Alessandro Baricco, con Daniel Pennach, con Leo Buscaglia, con Dario Fo, con Jacopo Fo, con Niccolò Ammanniti; io parlo con tutti, ditemi con chi devo parlare che io ci vado a parlare. Ditemi come si fa che io lo faccio, mica ho paura di provare io. Datemi un dio e ve lo prego finché non realizza il mio sogno.

Datemi un testo ed io lo leggo. Datemi una preghiera ed io la recito. Se qualcuno sa dirmi da che parte devo andare io ci vado, perché io non so più da che parte devo andare. Io non so più cosa sono, io non so più che parte devo interpretare. Io so solo che seduto non ci riesco più a stare. Sono stanco e stufo di stare a guardare. Io so solo che tutto è in piedi per una gigantesca menzogna, per una serie di gigantesce menzogne, per prima il denaro. Tutto è in piedi bello dritto e rigido per quel che per tutti è potere, ed io non so più cosa devo fare. Ho solo voglia di abbatterlo, di liberarmi, di liberarvi. Ma da ’ste parti sei libero solo se hai un botto di soldi. Ed io non so creare profitto perché come non voglio dipendere non voglio far dipendere. E’ mai possibile che nessuno arrivi a capire che la condivisione è un’altra cosa ed abbatte questo gigantesco mostro che impedisce di vivere e si nasconde nell’inflazione, nel mutuo, nel debito pubblico. E’ mai possibile che io sia ateo e creda nell’amore e negli uomini e tutti i credenti obbediscano al denaro ed al lavoro? E’ il loro dio a dirgli che è giusto? E’ il pegno da pagare per arrivare nell’alto dei cieli? Davvero nessuno si accorge di quello che stiamo combinando? Di quanto le nostre vite si impoveriscano? Di quante consolazioni abbiamo bisogno per andare avanti così? Cibo, fumo, calcio, alcol, sesso, droga… mercati con fatturati mondiali enormi, che non abbiano nulla da spartire con l’utilità, la felicità e la crescita umana, ma non importa, basta avere un PIL sempre più alto. Voglio partire, vendo la multipla a metano e compro un camper, voglio andarlo a vedere ’sto mondo perché sono sicuro che le persone non sono così tremende come la macchina che le ingoia, stessa macchina che ci informa. Voglio domandare a tutti quelli che incontro lungo il viaggio “Qual’è il problema? Hai soluzioni? Cos’è la felicità? Mi vuoi raccontare il tuo fatto straordinario?” voglio domandarlo a sei miliardi di persone. Stringergli la mano, mangiarci insieme, capire cosa mangiamo, come e perché, ma forse non posso: sono padre ho delle responabilità. Devo garantire un futuro a mio figlio. Futuro che m’impedisce di vivere il presente. Voglio? Posso? “Fai, ti prego vivi, ma non starci più ad assillare!”. Le regole, rispetta le regole, poi sei libero di fare quel che ti pare. Ma cazzo, sono le regole che condizionano talmente il gioco da non poterlo giocare. E regole per tutelare dalla stronzaggine umana non ne esistono, anche l’acqua è un bene vendibile. Io sono perso. Angoscia. Fermo. Pensare. Forse la soluzione è proprio e solo ripartire da terra, acqua e legna, abbandonare lo spazio urbano a misura di macchina per tornare a vivere. Facendo e sapendo ciò che mangi, ciò che ti autoproduci, ciò cui ti dedichi perché è così che funziona la vita, non in cambio di uno stipendio. Ma anche la vita contadina è vista come fatica e rinuncia. Non voglio rinunciare a niente, voglio spontaneamente smettere di fare ciò che non serve fare, voglio riscoprire il gusto delle cose, farle per la loro importanza presente non perché mi porteranno profitto, riparo, protezione. Voglio fondare la casa degli uomini che cercano, sanno e s’impegnano. La costruirò con le mie mani e il mio sudore. Mio figlio sarà felice di questa scelta? E se a lui piacerà il sogno in cui crede il mondo sviluppato? Se lo educheremo alla consapevolezza e non al conformismo e ad ingoiare plastica e televisione forse capirà anche lui che questo mondo è troppo finto per essere vero. E comunque avrà sempre una casa in cui tornare e persone che lo staranno aspettando. 

“Ma è così semplice, perché ti fai tutti sti problemi, perché non abbracci un’ideologia e non ti lasci guidare. Fai quello che devi fare. Il fine giustifica i mezzi. E’ la stagione della semina, poi viene quella del raccolto”. Io non raccolgo mai. Io non mi sposo, io non riduco l’amore a un patto. Io ho una compagna con cui camminare. Io ho un’amica con cui condividere. Io equo, io solidale, sì verso il mio portafogli. Io etico, verso quale etica? Io, io, io e tu?

Tu cosa vuoi fare, mi sono mai fermato ad ascoltare? Sto pensando un Ecovillaggio con degli illuminati amici, tutta sostenibilità, condivisione e buon senso. Benedetti ragazzi, possibile che tutt’intorno a dove vivo non capiscano che tutto quest’asfalto vada divelto, che non è vero il cemento armato, che mangiamo plastica, che respiriamo gli imballaggi bruciati di quel che mangiamo, ma come si fa, è troppo comodo il market!

Sono lanciato nell’attività lavorativa della piccola azienda familiare, tutto il contrario del ”mio” progetto di vita, una fottutissima fortuna non voluta, ma forse si può raddrizzare, basterebbe parlare. Ecologia è una nuova economia che non abbia come fine solamente il lucro ma la sostenibilità. E mio padre ci crede, fa il tifo per me adesso anche se in passato per paura m’ha sgambettato. Ci crede ma non può darmi una mano perché dopo quasi quarant’anni lui e il suo lavoro sono una cosa sola, è la sua vita, la sua realizzazione, il suo scopo, la sua missione. Mio padre è un piccolo eroe silenzioso, un piccolo imprenditore che ha preso un sacco di legnate sui denti nella vita ed ha sempre rischiato in prima persona, la sua casa, il suo presente, il suo futuro. Io non condivido che un essere umano possa sobbarcarsi così tanto impegno e stress, si deforma, si ammala, s’incazza e sbotta. Io stimo mio padre. Stimo la persona che da quarant’anni dà da mangiare a dieci famiglie. Ma io non lo seguirò, sono tredici anni che collaboro attivamente, tra uno screzio e l’altro, ho fatto e so fare quasi tutto, sono cresciuto nonostante i continui asti, fare, impare, muovere mani e cervello. Costruire, tagliare, saldare, leggere un disegno, disegnarlo, autocad, controllare, certificare, qualità, iso 9001, riepilogo materiali, mappa delle saldature, tutte cose interessantissime per chi gli interessa (ma come fanno ad interessare?), molte delle quali invenzioni per creare occupazione, lavoro, stipendi, crescita economica, benessere.  Tutte logiche industriali che rendono l’uomo macchina produttiva. E’ il sogno giusto? L’unico possibile? E allora perché non lo ripartiamo questo lavoro, perché non facciamo tutti part time in modo che si abbia tempo per organizzarsi la vita e non solo l’efficienza lavorativa? Quello che un tempo si faceva in giorni e giorni adesso si fa in pochi secondi con un click. Il progresso avrebbe dovuto portare benessere, al centro il miglioramento della vita dell’uomo e non le risorse economiche delle imprese. Se potessimo lavorare la metà del tempo la nostra produttività a dir poco si raddoppierebbe. Ditelo alla confindustria così che si faccia una risata. Saremmo più liberi e felici, avremmo meno bisogno di comprare, vendere, spostare. Saremmo più fraterni, pacifici, soddisfatti e rilassati, tutto ciò non serve, non è interessante non alimenta la crescita economica. Trovo tutto questo estremamente ingiusto anche perché questo finto benessere lo giochiamo sulle spalle di tre quarti di mondo che muore di fame, cui rubiamo a mani basse tutto. Trovo tutto questo profondamente ingiusto perché la continua estrazione di risorse dal sottosuolo e la continua produzione di merci che devono consumarsi il più in fretta possibile ha portato l’ecosistema al collasso. E’ ora che prenda la mia strada. E’ ora che mi stacchi. Perché mio padre come chiunque di noi campa se guadagna. E per guadagnare deve lottare con la concorrenza, deve produrre. E per produrre deve comprare materiali, consumare utensili. Che vengono assemblati estraendoli di continuo dalla terra. E realizza il suo prodotto nel quale vengono lavorati composti, basi, per prodotti chimici, farmaceutici ed alimentari. Coca cola, gomma del ponte, pomata per le rughe, cosa centrano con la vita dell’uomo? Eppure la realtà è talmente stravolta che chi ci lavora dentro vive bene. E la realizzazione di quasi tutti i giovani che conosco è macchina aziendale, telefonino aziendale, pc aziendale, stipendio da manager. Capacità e conoscenze lavorative basse, spigliatezza e faccia come il culo a tutta manetta! Ed il cerchio è chiuso. Grande Capo Nonno Augh, allatta tutta la tribù. Io voglio salvare mio padre ma non posso, perché lui come tutti ha paura ed ha una posizione da difendere, uno stipendio da portare a casa e allora è tempo che almeno mi salvi io. Perché con le parole le cose non si cambiano, solo con la costatazione dei fatti ci si rende conto di sbagliare, le parole a volte servono solo per smontare convinzioni e insinuare dubbi. Tutti quelli che mi gettano addosso le persone cui dico che così non va bene, che così non funziona. Tutti quelli che probabilmente io getto addosso a tutti quelli cui dico che così non va bene, che così non funziona. Dove cazzo mi sono andato a cacciare? Volevo solo fare il comico io, perché far ridere mi riesce bene! Ma anche quello è un lavoro duro, e la gioia dov’è?

Ma sono padre. Sono, si aspettano, mi aspettano. Cosa sono? Cosa vogliono? Cosa si aspettano? Perché tanta attesa? Io col fiato sul collo non ci so giocare, ho bisogno di spazio per fare prima tutti i miei ghirigori. “Sei infantile, smettila, la vita è un’altra cosa, impara a lottare”. E allora dammela una bella gomitata nello stomaco, vita. Perché per ora mi hai fatto solo sgambetti per proteggermi dalle mie scelte ed hai scelto i miei genitori per farmeli. Io sono pronto, io ti mordo il collo, vita.

Sono uno scrittore in erba cipollina, “E allora scrivi, cazzo perdi tempo con sto blog! Dov’è l’arte nello scrivere un blog?” Sono un aspirante comico, è da quando ho sedici anni che ho pronto il mio pezzo, “E che caspita aspetti per andare a presentarlo? Per salire su un palco?”. Sono un viaggiatore, no non un vacanziero, uno scopritore, un avventuriero “Sì tutto il giorno seduto al pc…” Sono solo un presuntuoso, sono solo un povero pirla che pensa di sapere come vivere ed invece non sa proprio niente. Perché non sono partito quando dovevo partire per il giro del mondo. Perché non ho fatto tutto quello che volevo fare quando lo dovevo fare. Perché sono sempre fermo al palo. Perché mi sembra di vivere per tutti tranne che per me stesso. Perché non faccio quel che mi serve e sto zitto. Perché non dimostro coi fatti e non con le parole. Questo mondo è per i concreti non per i sognatori farfalloni. Questo mondo è per chi ha i coglioni non per chi ha inventiva. “E poi tu non ne hai. Smettila di provarci, rassegnati. Ma dove devi andare, ma cosa devi fare? Casa tua e quella di fianco sono la stessa cosa. Tappati il naso se c’è puzza, lavora e non rompere il cazzo!”

Domattina a lavoro, altre otto ore, il giorno dopo ancora, quello dopo ancora, poi sabato e domenica per pensare a come organizzare la vita, ma sono già volate. Una settimana nuova, ancora otto ore. “E’ questa la vita, che ci vuoi fare. Vuoi rischiare? Impegnati di più, giocati tutto, dai la tua vita in cambio del successo, in cambio della realizzazione. Identificati, in qualcosa identificati. Cos’hai da lamentare? Sei libero di fare quel che ti pare. Di partire, di fuggire, di sparire, ma ti prego se decidi di restare vedi di fare, qualsiasi cosa ma falla.”

Ma che cazzo volete che faccia, so solo pensare alla carta straccia. So solo immaginarmi che metto insieme parole e diventano cambiamento perché prima o poi qualcuno o qualcosa le leggerà ed allora sarà la mia ora. La sua ora. Sarà arrivato il momento che servo finalmente a qualcosa. E se non arriverà mai? Guai? No. Va bene che non arrivi perché non si scrive per esser schiavi di quel che si pensa. Non ti meriterai mai di avere qualcosa se sarai così spudorato da cercarla. Ma cazzo io non cerco niente! Io dico solo che se ci mettiamo d’accordo facciamo tutto, abbattiamo tutto, siamo tutto!

Da qualche parte bisogna pur partire… Rilassa il buco del culo, è lì il problema. Il tuo buco del culo è troppo stretto. Rilassa e contrai. Da qualche parte parti. Rilassati, l’impresa è dura, la posta in gioco è alta. Serve una nuova specie, tutt’altra razza. “Guarda la semplicità nell’occhio di una ragazza. E’ solo quello ciò che vogliamo”. E allora che cazzo, datevi una mano! Ma perché mi avete chiamato a risolvervi tutti i problemi, io non vivo più! “Ma chi cazzo t’ha chiesto niente!!?” Ma se non vivete… “Ma chi te l’ha detto!!? A noi piace fare quello che facciamo. A noi piace darci la mano, sei tu il diverso, fatti curare, smettila di scassare. Noi abbiamo tutto anche di più, abbiamo Prodi e Berlusconi, abbiamo la tv, abbiamo la lavastoviglie, abbiamo il multisala, abbiamo la clinica, abbiamo il tapis roulant, abbiamo il navigatore satellitare, abbiamo il silicone, il botulino, le protesi, tu cos’hai? Cos’hai contro lo sviluppo, la scienza, lo stare bene?”.

Son partito senza denti, senza pensieri, solo succhiare, sopravvivere e respirare, ed è lì che torno. C’è troppo tutto intorno e troppo fa solo male, bisogna termovalorizzare tutto, compreso l’inutile che ci fa campare. Destra, sinistra, centro. Voglio partire, voglio conoscere le persone, voglio viverle, non mi basta farmi vivere da quello che scrivo. Le voglio ascoltare. Da qualche parte ci sarà la soluzione a che minchia dobbiamo fare. La so, la sai, ma a dirla son solo guai perché il problema è proprio vivere come viviamo. ”Da capo? Ma quando te ne vai? Vogliamo ridere! Divertirci! Hai rotto i coglioni!” Io non ho viaggiato e adesso non posso più partire, sono padre, ero figlio. Allora dovevo andare adesso è un casino camminare. La responsabilità, non sei solo, hai un’altra bocca da sfamare. Una video sorveglianza da comprare per tener lontano tutto quello che ti possono rubare.

Il figlio del mondo, io so che il mio piccolo è figlio del mondo, non è mio figlio. Troppi mio figlio lo hanno distrutto il mondo. E allora partirò e glielo farò incontrare il mondo. Gli lascerò il suo spazio nel mondo. Non farò sì che il mio mondo sia il suo mondo. Gli farò proposte, non imposizioni, lo aiuterò a camminare con le sue gambe, non gliele taglierò, non gli impedirò di camminare. Se sarà il caso mi farò da parte per lasciarlo andare, devo crescerlo meglio che posso, non devo condizionarlo. Già da se si farà condizionare  perché è nella natura del bimbo essere conformista. Sarà un piacevole casino. Sarà un’avventura come un’altra, sarà un viaggio, quando diventerà un peso mi dovrò fermare perché starò sbagliando qualcosa. Un cerchio con in mezzo la vita e tutto che gli orbita intorno. Utopia per chi alla fine del mese deve pagare fornitori, mutuo, affitto, rate, cambiali.

“Partirai? Con un bimbo così piccolo?” Conoscerà un altro nonno dalla pelle nera che costruisce case con cacca di mucca ed è più felice di tutti i nonni bianchi perché sa di non sapere. E gli racconterà storie d’Africa. Storie di acqua, poca, sole e cielo, animali e uomini. Mangeremo con questo nonno la sua zuppa, non andremo in un villaggio turistico. Si vive meglio a casa nostra che nel villaggio turistico nella savana fatto a forma di casa nostra. Se per viaggiare devo spostarmi da casa mia a casa mia nella savana, allora è meglio un buon libro o un bel film, si viaggia meglio percepirò qualche gusto, qualche sapore e qualche odore diverso.

No, forse non partiamo, stiamo costruendo il nostro futuro. Sto pagandomi la pensione, di cosa camperò nella vecchiaia se non mi sistemo adesso che sono giovane. Lavorerò, continuero a lavorare in un uffico al riparo dalla pioggia, al riparo dalla vita. Sei matto a conoscerla!!? Magari ti piace così tanto che smetti d’essere un bravo bambino ubbidiente.

Cosa vuole “mio” figlio? Come mi vuole “mio” figlio? Lo so, vuole solo che stia con lui, senza regali, senza feste, senza giostre. Poi ci posso aggiungere tutto per ammazzare la noia che creo non sapendo inventare, ma lui vuole solo una cosa, stare insieme. Giocare, imparare, crescere.

Ma io devo scrivere il prossimo post! Aspetta piccolo domani giochiamo, domani sarà migliore, domani mi pagheranno per quello che faccio e allora avremo più tempo.

Domani interesserà quello che scrivo, domani sto a casa mezza giornata e faccio tutto quello che devo fare, aspettami piccolo. Domani, non ti preoccupare, dopo vedrai che… domani…

E domani sono ventuno mesi, e domani sono un altro e mio figlio? E il mio lavoro? E la mia ragazza? Domani non m’aspetta, domani va di corsa, ma io sono qui oggi e se contiuno a vivere nel domani, non mi sto al passo, non so più cosa sono, chi sono. Me lo hanno dato un nuovo dio in cui credere?

Sono ogni pezzo di quello che sono stato.

Domani parlo con mio padre e gli dico che dobbiamo riorganizzarci a lavoro, domani scrivo i dodici punti per fondare l’Ecovillaggio, domani lo dico ai miei amici che mi hanno perso, domani… forse continuo.

 

Arcano Pennazzi - Scegliere, forse un giorno… - Editrice “non c’è ancora”…

Le parole dei Piccoli…

http://www.youtube.com/watch?v=2Lic34X7L0Q

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Le parole del Piccolo

sono una scoperta,

un esperimento,

un affascinante tormento.

Per i grandi son solo convenzioni

e non fan ridere se non pronunciate da comici, coglioni e minchioni.

E non fan ridere se non son volgari

o se non portano a concludere buoni affari.

Le parole del Piccolo son le parole di tutti i piccoli,

di ognuno contengono la singolare diversità

che ogni capolavoro umano ha in sé.

Fino a quando una merendina e poi un paio di scarpe

non omologheranno a pensare e a dire tutti le stesse cose,

quelle delle regole di mercato.

Le parole ti salvano dall’impaccio,

le parole son qualcosa in più e qualcosa in meno di uno straccio.

Le parole sono magia.

Rispetto alle parole, al silenzio ed alle ore.

Arcano Pennazzi - Mi cascano Poesie che non trattengo - Editrice “non c’è ancora”…

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Lunedì 1 ottobre ’07 uno dei primi discorsi verbali tra Morbidezze e Papo:

Papo: “Mamma”

Morbidezze: “Sì amore?”

Papo: “Un mimo mmh”

Morbidezze: “Cosa amore?”

Papo: “Mamma!”

Morbidezze: “Sì gioia?”

Papo: “Mi mi mi uhu”

Morbidezze: “Amore non capisco…”

Papo: “Mamma!”

Morbidezze: ”Dimmi amore!”

Papo: “A mi mi oh ne na”

Morbidezze: “Gioia ma che dici!?”

Papo: “Mamma!!”

Morbidezze: “Sulla prima ci siamo, ma la seconda qual è!?”

Papo: “brum brum cacca!”

Dialogo molto divertente che mi ha fatto crepare dal ridere! J

Che poi gliene avevo anche dedicata una…

Ricollegandomi al pittore penico mi sovviene sta cosa che scrissi e vi regalo. Vi sentite in dovere di pagare il mio “genio” vero!!? Non turbatevi tra poco le mie “opere” saranno corpose e vostre a pagamento. Per ora vi basti la genuinità della gratuità: 

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Un lungo arnese senza pretese schermisce le tue offese.

Schernisce le tue voglie e se si riposa son doglie.

Sa quando sembrar duro e quando esser casto e puro.

Gli appellativi si sprecano, certe bocche se ne abbeverano.

Non guarda perché non ha occhi,

non ascolta perché non ha orecchima sa perché è del tatto,

chiamatelo come vi pare ma non prendetelo per matto.

Non fa rima con gatto e fatto,

ne con arpia e riscatto anche se s’impenna di scatto.

Bagliore ancestrale, chetichella in riva al mare.

Se sarai paziente stipulerete un pattose andrai di corsa ti porterà ad un altarema non è detto che sappia ballare.

Stringilo, coccolalo, non fargli un bernoccolo, neanche due, non ha gobbe e non è manco un bue.

È uno sconosciuto pennuto che per donar piacer è venuto.

Ossuto nelle sue fibre di velluto.

Era abile, ah quant’era abile, se solo l’avessi saputo…

Cazzo!!

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Arcano Pennazzi - Mi cascano Poesie che non trattengo - Editrice “non c’è ancora”…

Il senso del male

http://www.youtube.com/watch?v=jvFt8YWS8T0

Mi piace morire, che ci posso fare? Della vita so quant’è dura, so quant’è bella, so, divengo, imparo ogni giorno qualcosa nonostante tutte le distrazioni intorno che poco c’azzeccano con la vita, della morte no. Della morte non so, resta il mistero del viaggio con un ritorno che non son più io. Saluto la vita e la morte con due filastrocche tratte da “Aria” una delle “mie” raccolte di poesie che quando trovo un editore… o quando divento un editore… intanto le tiro fuori dal “mio” cassetto e le regalo al Caos, magari gli piacciono… e da cosa nasce cosa…

La Morte è in agguato fedele compagna.

C’è chi la teme e c’è chi si lagna.

C’è chi ci gioca.

C’è chi la rinnega.

Non se ne cura e si tira una sega.

Vita che nemmeno fiata e subito annega.

Vita vissuta.

Vita strappata.

Morte assurda.

Morte bramata.

A te il timone amica nera

Conducimi placido dove il sole incontra la sera.

…ogni dente che cade è una certezza che si sgretola. Nasciamo senza denti, poi si formano denti da latte (le prime cose che assaporiamo e ci fanno formare gusti e opinioni). Poi cadono (impariamo a valutare) e si formano i denti saldi quelli veri che ci dovremmo portare appresso per tutta la vita. Poi si consumano e si perdono anche questi man mano che si invecchia e come si perdono i denti si perdono le convinzioni e moriamo senza denti senza convinzioni, senza certezze, senza sapere perché si sia passati. Solo una cosa è certa: l’importante era masticare. Masticare la vita…

Vita, di bianco vestita.

Cala la sera e non sei sopita.

Ti risvegli col primo sole

O con della tempesta il rumore.

Strabuzzi gli occhietti

Sui ginocchi ti fletti.

Scali una rampa in discesa

Morbida plani sull’ora più attesa.

Favelli gioconda

Ascolti un po’ tonda.

Ti scopri smarrita

Non t’avranno rapita?

Ti specchi in un forno

e quel che manca è solo il prossimo giorno.

Arcano Pennazzi - Aria - Editrice “non c’è ancora”…

Problemi, parlare o sparare?

[youtube=http://youtube.com/watch?v=aznmbLLacfY]

http://youtube.com/watch?v=aznmbLLacfY

Quando capitano proprio a me, i problemi, son Problemi!
Veri, propri, solidi cazzi da cagare duro.
(La desrizione poetica credo renda bene l’idea).
Tanto sodi e pregni che qualcuno scrisse “Non c’è cazzo più duro della vita”.
Cyrano li risolveva con una penna.
Guccini con una canzone.
Io che son piccolo e sto crescendo penso che senza problemi non ci sarebbero soluzioni,
perciò ne scrivo un ode:
“Ai problemi,
perché senza di loro
non ci sarebbe storia da raccontare”
Si è scomodato addirittura Einstein per darmi risposta, dicendo:
“I problemi non possono essere risolti dallo stesso atteggiamento mentale che li ha creati”.
I problemi? Quanti problemi…
Ma ci saranno davvero tutti sti problemi?
Forse ce ne sono molti più di quelli che mi pongo…
La soluzione però è tanto semplice, si parla e si risolvono!
Se no è ancora più semplice: si spara.
Chi trascina la nostra società, la nostra economia, la nostra politica, la nostra vita religiosa, spara!
E risolve tutti i fottutissimi problemi che essa stessa crea!
Sono disfattista? Pessimista? Polemista?
Io mi sento realista, desideroso di risolvere i problemi.

Uh, Mammà… tutto torna!

http://www.youtube.com/watch?v=dzDBB3iWLA0

Tutto torna!

Colombo, Cristoforo, salpa. Attracca. Pensa d’essere arrivato dove voleva arrivare ma è da tutt’altra parte. “Tessuti cavernosi (cazzo!) la terra allora non è piatta!” “E questi chi minchia sono?” Sbotta la ciurma. “I nativi americani”. Fa il più sbronzo di tutti. “E che cazzo ci fanno qui? Come minchia si sono permessi di abitare già qui? Con tutta la strada che ci siamo fatti!”. Quattro secoli di guerre e pian piano i Pellerossa vengono sterminati. Cancellati dalla storia. La loro cultura resta buona per qualche spettacolo al circo e qualche film di Hollywood. John Wayne ringrazia, Ronald Reagan addirittura diventa presidente.

Una terra sterminata, in tutte le valenze che la parola sterminata racchiude, humus su cui costruire il nuovo mondo, ma serve Manodopera. “Manodopera, serve manodopera! Sti cazzi di indiani sempre fumati non hanno voglia di fare proprio un cazzo, minchia!” Non ci crederete ma parlavano proprio così gli scopritori del nuovo mondo. “E dove cazzo minchia culo rotto andiamo a prenderla sta manodopera? Credi che da casa qualcuno attraversi l’oceano per venire qui a rompersi le terga?” “I negri! L’Africa è piena di negri che non sanno che cazzo farsene di una vita!”. Gli africani vengono deportati in massa in America per produrre ricchezza.

Re, Borboni, Regno delle due Sicilie, Ducato D’Aosta, Savoia, tacco punta, tocca a Garibaldi che unisce la penisola italica. Passa qualche lustro e Mussolini la illumina, andiamo a sfaciar crani in Libia e in Eritrea per fondare il Grande Impero. Torna il sogno di Roma. Hitler, che va anche lui ad incandescenza, s’illumina anch’esso, ammaliato dalla prepotenza del Duce. Ma i tedeschi si sa son cazzuti, se fanno una cosa la fanno per bene mica come noi italiani, artisti, scopritori, scopatori, santi, navigati, poeti.

Gli abomini del baffeto germanico e di un intero popolo mietono sangue, sterminio, merda, che la storia moderna non può e non vuole dimenticare. Gli italiani? Garibaldi li aveva uniti, ma gli italiani già si sapeva, son dissociati anche da loro stessi come singoli, sono fascisti convinti, sono eroici partigiani. Gli italiani cosa sono? Sono un popolo? Unico, unito, alleato? Cos’è un popolo? San Paolo lo ha unito con una menzogna, deformando la figura e le parole di Gesù. “Cazzo ma allora è proprio un vizio!” Direbbero i primi conquistatori delle Antille occidentali, noi no, siamo educati!

Ma torniamo a bomba: il Re se la da a gambe. La resistenza resiste. Sono arrivati gli americani e questi si ricordano che in realtà non sono americani, perché l’America non esiste più, è confinata in un piccolo ranch. Tornano nel vecchio mondo e ci liberano. Ci regalano sigarette e gomme da masticare, siamo schiavi per sempre. Benito Amilcare Andrea Mussolini da Predappio viene catturato, ucciso e appeso a testa in giù in piazza come un insaccato. Per alcuni il giusto destino di un porco, per altri la fine del più grande statista che il bel paese ricordi. Divisi eravamo, divisi restiamo. Ma la storia è fatta! I tedeschi sono i cattivoni, le peggio creature che abbiano messo piede sulla terra, prima de “I Visitors”, agli italiani la palma di coglioncelli e bamboccioni, gli ebrei i perseguitati, gli americani diventano per sempre i liberatori. Da lì in avanti si impegnano ad asportare ovunque la democrazia.

Siano Beati gli indiani d’america ed il loro massacro, perché col senno del poi non si fa la storia ma ci si leva dai guai! Un olocausto poco famoso servito tre secoli dopo a liberarci dal nazi-fascismo. E gli schiavi d’Africa? Uguale! “Ma che cazzo, secondo voi avevano qualcosa di meglio da fare? Ma non lo vedete che sono arretrati! Esiste la razza, e la nostra è la migliore!” l’idole dei primi coloni si propaga di generazione in generazione, alla genetica non si sfugge! Bisogna castrarli da piccoli! E’ la risposta di una parte della Scienza. Hammurabi, e tutti i “taglioni” si leccano i baffi! Dopo 3700 anni hanno ancora ragione loro…

La torta è spartita: in brasile si parla portoghese, in realtà genovese, ma non perdiamoci nei dettagli. In tutto il resto del sud America si parla spagnolo. In nord America inglese. In Australia inglese, anche lì gli aborigeni vengono sterminati, “Ma che diamine, per la corona, non si sanno proprio integrare! Bevono e basta, stanno nel loro ghetto, ma si vogliono dare una svegliata o no?”. In buona parte dell’africa si parla francese. Non so se rendo l’idea, se cancelli le parole, la lingua, cosa resta?

In india un piccolo ometto se la prende a male per un pò di sale. La fa cacare talmente dura agli inglesi con la sua pratica della non violenza che se ne tornano mesti dalla Regina, non prima d’aver dimezzato la popolazione, s’intende!

Fine anni sessanta, piombo, tanto piombo, troppo piombo o sei un fascio o sei rosso, guardate il mappamondo, le linee dritte che delimitano gli stati africani. Non è proprio lì l’errore? Sembrano disegnate col righello da un bambino con smanie di megalomania. Cos’è altrimenti un uomo potente, un ricco uomo d’affari. Cosa gli hanno fatto da piccolo?

Scusate l’ovvio non si racconta, l’ovvio lo sanno tutti…

Tutto, torna. Tutto normale, homo homini lupus, diceva quello che la sapeva.

Solo una cosa non mi torna, è peggio il forno o comprare di continuo scarpe nuove?

Era al pane che pensavo…

  
Era al pane che pensavo,
quando mi hanno strappato tutto ciò che amavo.
Era al pane che pensavo,
quando il forno inghiottiva tutto quel che ero.
Era al pane che pensavo,
quando nemmeno più il suo odore sentivo.
Era al pane che pensavo,
quando non c’era più il “quando”.
Era al pane che pensavo,
quando ancora pensavo.
Perché pensare mi faceva paura.
Mi faceva paura accostarmi all’uomo,
se era questo quello che era in grado di fare.
L’uomo…
Una bricciola tra le dita che mi teneva in vita.

Era al pane che pensavo… - Arcano Pennazzi - Editrice “non c’è ancora”…

Oggi m’è venuto di scrivere questa poesia. Le poesie non si spiegano. Le poesie non si capiscono. Le poesie sono stupore. Arte, frecce che trafiggono il cuore, lampi che spezzano il cielo, bagliori che illuminano la notte, ombra per chi l’ha persa. Potrei finire qui, ma mi va di approfondire il “si capiscono”, ed “il lasciano il tempo che trovano”, meglio una narrazione che ti prenda per mano e ti conduca dal principio alla fine piuttosto che una poesia? E allora ti regalo l’antefatto, anzi proprio il fatto:
http://209.62.12.115/$sitepreview/azzurroscipioni.com/ita/diario29012008.asp
E’ al cinema Crocera di Brescia che devo curare una delle tante proiezioni del film “Il pianeta azzurro”, di Franco Piavoli.
Un delicatissimo e geniale film capace di narrare l’epica delle stagioni e il mistero di un “sempre” ciclico che ogni anno ripete l’intera storia del pianeta Terra.
La sala è colma di ragazzi delle medie inferiori, invasi da una motilità che ricorda il mercurio, fatta di gesti stupendamente inutili.
Oggi è la giornata della memoria e ne parlo con un vecchietto che lavora al cinema da pensionato, dando una mano in cabina di proiezione.
“Il pianeta azzurro. Il film è bello, è puro. Le immagini di natura, l’assenza di parole, l’armonia degli animali imprigionati in un loro destino cieco, potrebbero suscitare in qualsiasi spettatore sentimenti di gioia.
Ma non in me.
Io da quegli anni non posso più provare gioia perché appena il sorriso nasce sulle labbra, riappaiono le immagini della mia esperienza ad Auschwitz.” Dice l’anziano proiezionista.
“Sei stato ad Auschwitz?”
“Mi ci hanno portato. E ci sono rimasto a dialogare a tu per tu con la morte. Tre anni, due mesi, quindici giorni sei ore diciassette minuti e qualche secondo. Per mesi, dopo essere tornato ero ossessionato dal bisogno di riuscire a “ricostruire” il tempo esatto della mia interminabile morte. Perché lì eravamo comunque tutti morti, morti vaganti, morti immobili, morti inceneriti. Ci perdevamo nel lavoro e nel sonno cercando di non accorgerci che era impossibile dar retta a qualsiasi speranza di salvezza.”
“Però alla fine ci sei riuscito a salvarti.”
“Quando i russi sono arrivati ho sentito una donna che prima di morire ha mormorato ai soldati “Siete venuti a liberare la nostra libertà.”
Poi mi hanno chiesto se volevo bere e io ho chiesto l’ora, proprio come avevo fatto tre anni prima arrivando nei campi della morte.”
Il vecchietto sembra un personaggio da fiaba. Ha il volto buono e non si altera, neppure quando racconta che il suo lavoro consisteva nell’infilare centinaia di cadaveri al giorno all’interno dei forni crematori e spesso capitava che qualcuno fosse ancora vivo e lo doveva infilare lo stesso nel forno.
“In cambio, quando succedeva, la sera ci davano del pane.
Ho dovuto farlo anche se si trattava di miei amici. Erano loro stessi che mi incoraggiavano in silenzio, con uno sguardo, quasi a dirmi che li aiutassi a condurre finalmente a termine lo strazio di una vita negata.”
I miei occhi si riempiono di lacrime. Il vecchio se ne accorge.
“Non ho pianto io che l’ho fatto. Non piangere neppure tu, ma ricorda, non dimenticare mai e cerca di capire perché tutto ciò è accaduto. Io in tanti anni non ci sono riuscito”.
“Ma cosa pensavi mentre spingevi un tuo amico ancora vivo nel forno crematorio?”
“Pensavo al pane.”
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Denaro

gennaio 19th, 2008 — Arcano Pennazzi

 

Entra nella tua vita più fluido dell’acqua,

poi ne esce e non si sciacqua.

Ma guai se si scialacqua!

Non ha più il peso dell’oro,

nemmeno di quello nero in un barile.

Non fa la felicità ma ti toglie dall’aver pensieri.

È il denaro.

Sterco del demonio, manna ed encomio.

Ad alcuni toccarlo, ad altri inventarlo,

per tutti abolirlo dal connubio con la felicità

e riconoscerlo per quel che è:

mero motore sociale che stimola il fare.

Torneremo a vivere quando ci sapremo accontentare

E l’amore tornerà ad aver la forza di farci creare.

Arcano Pennazzi - Mi cascano Poesie che non trattengo - Editrice “non c’è ancora”…
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Parola al Petrolio

gennaio 17th, 2008 — Arcano Pennazzi
Sonno disturbato stanotte. Un magma nerastro me ne diceva di cotte e di crude. Mi poneva di fronte ai miei sbagli e ai miei limiti. Un magma nerastro? Mentre mi rigiravo nel letto col giogo dell’angoscia al collo, mi son definitivamente svegliato, alzato. Era presto, molto presto. Tra le 4.30 e le 5 meno 1/4. Andando in bagno a far pipì ho poggiato i piedi in una strana cosa molliccia e appiccicosa. Non ho fatto in tempo ad accendere la luce che s’è come compattata parandosi verticale dinnazi a me. Me ne ha dette quattro e così come era apparsa s’è dissolta. Io basito non ho potuto che chinare il capo e far quel che dovevo, pipì.
Cosa mi ha detto?
Ecco:
Sto finendo, non ti preoccupare.
Dopo di che indietro dovrai tornareo solo guerre avrai da fare.
Ma tu non ti turbare continua a lavorare
e mettiti musica nelle orecchie per non stare a pensare.
Tra un po’ la tua vita tornerà normale, naturale.
Sempre che tu non ti ostini a pensare
che è questo il mondo reale.
Fabbriche, auto, guerre, rifiuti, scorregge di vacca,
nucleare, bombe, energia, tecnologia
non c’è niente di giusto e niente di sbagliato,
alla lunga è l’utilizzo che fa la differenza.
E tu avevi un dono, la tua intelligenza e la mia potenza.
Certo mi hai anche usato bene,
tanto benessere non sarebbe mai stato possibile,
ma lo hai impiegato solo per un quarto del creato.
L’agricoltura industriale, il mito del cibo per tutti.
Miraggi, bugie, utopie,
possibilità reali che tu uomo hai voluto sprecare
per la tua brama di superarti e diventare immortale.
“È Mio” il grande male!
Raggiunto il picco siamo in discesa,
Hubbert l’aveva detto. Buon Hubbert non mente…
E allora ci sarà una grande, ennesima guerra,
e sta volta sarà per davvero globale.
A cosa serve altrimenti lo scudo spaziale,
davvero a difenderci dal turista interstellare?
Indietro non si torna, avanti si deve andare,
lo dice il politico e l’industriale.
Gaia è un colabrodo questa è la verità.
Se ti preparerai per tempo potrai fare a meno di me senza alcun tradimento.
Ma se continuerai la tua folle corsa verso l’oro demolirai ogni punto di ristoro.
Chi ero? Chi sono?
Il fluido denso color pece che ti ha cambiato la vita.
Quello che impasti ed hai un bicchiere di plastica tra le dita.
Quello che raffini e lasci scuro per andare in giro,
al mare, a pescare, dove cazzo meglio ti pare.
Sono quella melma che ha cancellato dalla storia la canapa.
Sono quella pozza sporca che si sparge nel maree non lascia scampo a nessun animale.
Sono il liquido nero che finalmente ti poteva liberare
ma la corsa a farti dio supremo e punitore
solo al mio monopolio ti ha fatto pensare.
La soluzione sta nel piccolo, nella felicità non indotta,
nel diversificare energia, nel sapere e far circolare,
nel condividere e amare.
Tuo fratello muore e non lo stai ad ascoltare.
Presto sul mio Suv, è tardi devo andare.
Arcano Pennazzi - Mi cascano Poesie che non trattengo - Editrice “non c’è ancora”…
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Quando domani sarà ieri…

dicembre 30th, 2007 — Arcano Pennazzi

Passano i miei affollati ieri

e i domani s’affievoliscono

finché domani non sarà ieri.

Arcano Pennazzi - Mi cascano Poesie che non trattengo - Editrice “non c’è ancora”…

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